Natale

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Port Colinton. Il mare, il cielo e qualche nuvola. Non fa ancora freddo ma dalle finestre pendono delle stalattiti di ghiaccio e della neve adorna i davanzali. Su ogni portone c’è una ghirlanda fatta di pane, foglie di trifoglio e nastri rossi. Un Babbo Natale scende con una scala di corda da un tetto mentre un altro scavalca un cancello: sono i pupazzi che, da qualche anno, invadono le facciate della città durante il periodo natalizio.

Nella piazza principale, vicino al comune e alla scuola, un grosso abete è addobbato con palline e luci rosse e oro. Tanti piccoli pacchetti argentati sono appesi ai rami insieme a conchiglie e stelle che tutti i bambini della città portano ogni mattina prima di entrare a scuola.

Qualcuno canta, è la signora Bridge che intona “Bianco Natale” insieme alle signore del circolo di cucito; distante trecento metri c’è il signor Jones con i pescatori di sardine che aspettano il loro turno.

-Sono le tre e mezza, tocca a noi!

-Ma l’avevi segnato sul foglio della chiesa?

-Certo che si, sono queste vecchie befane che, oltre a non tenere il tempo, non rispettano gli orari.

I robusti pescatori ridacchiano, la signora Bridge e le signore del circolo di cucito cantano più forte e rivolte nella loro direzione.

Johanna passa con le buste della spesa nella mano destra e la piccola Brenda nella mano sinistra, hanno entrambe un berretto natalizio in testa e una sciarpa verde al collo.

-Mamma, ho caldo!

– Guarda le luci, piccola, hai visto la stella cometa?

-Si, ma ho caldo!

-Guarda c’è Babbo Natale laggiù!

Brenda lascia la mano della mamma e si precipita verso il Babbo Natale seduto sotto il portico dell’Island House Hotel, lei tira un urlo ma la piccola non si ferma. Il Babbo Natale si gira e si alza per accoglierla tra le sue braccia:

-Non devi scappare dalla mamma se no non posso portarti i regali.

-Sopratutto si ricordi di passare da Davin.

Aggiunge Johanna.

-Quest’anno è impossibile dimenticarselo!

Brenda dà un bacio a Babbo Natale mentre la mamma si allontana sbuffando sotto il peso della spesa, le gocce di sudore le scivolano dal cappello alla sciarpa.

Un gabbiano vola basso e atterra sulla torretta bianca della spiaggia, le luci ad intermittenza percorrono il perimetro esagonale, sulla cima della torretta un angelo di luce suona una tromba. Sui tavoli in legno bianco il sindaco e due assessori discutono se è il caso di far aprire anche il mercatino di Natale sulla Jackson street.

-Ma è necessario?

La tazza di caffè dello Sturbucks fuma tra le mani del primo cittadino.

-Niente è necessario.

-Sono passata a casa sua ieri ed era lì, circondato dai compagni di classe, con un grande calendario tutto colorato davanti: per tutti i bambini della città mancano solo tre giorni al Natale.

-Si, anche per i miei figli, vorrei sapere cosa gli diremo quando arriverà il Natale vero tra due mesi.

-Gli diremo la verità.

-E cioè?

Sia il sindaco che l’assessore al commercio si girano verso l’assessore all’istruzione che li guarda con un sorriso:

-Che quest’anno la città di Port Clinton ha due Natali. Una sorta di regalo per i nostri bambini. Potrebbe essere proprio lei, signor sindaco, a dare la notizia in piazza dopo che…

-Non pensiamoci ora, non è il caso. Va bene, allora è deciso, diamo il permesso per organizzare il mercatino domani pomeriggio.

Rimangono seduti a bere i loro caffè, stretti nelle giacche impermeabili, si è alzato il maestrale.

I pescherecci tornano in porto, sono quasi le cinque, i marinai scaricano le reti e le cassette di pesce azzurro.

-Andiamo allo stadio stasera?

-Non posso, accompagno i miei figli al top Thrill Dragster, sotto Natale sai, è una tradizione.

-Anche io porto sempre mio nipote al luna park sotto Natale, potremmo andarci assieme. Dici che potrà venire anche la sorella di tua moglie?

-Non vorrai mica diventare mio cognato?

-No, no, facevo così per dire. Perché è fidanzata?

-Non credo, ma posso chiedere a mia moglie.

Il cielo inizia a colorarsi di rosa mentre il mare, liscio come l’olio, si fa lucido come uno specchio. Tra tre giorni è Natale e oggi è l’8 Novembre.

-E’ uno schifo!

Urla un ragazzo, si sta fumando una canna dietro una barca rovesciata in spiaggia.

-Anche io vorrei che fosse sempre Halloween eppure nessuno esaudisce i miei desideri!

-Stai zitto cretino.

Lo rimproverano due compagni, magliette strappate una sopra l’altra: in una c’è raffigurato un babbo Natale impiccato, nell’altro un Babbo Natale che si scopa una renna.

-Tu non hai tredici anni e non stai morendo di cancro.

-Ne ho sedici e morirò comunque, tutti moriamo, ma non per questo obbligo un’intero paese a questa mascherata? Come se non bastasse una volta all’anno.

-Certo che sei uno stronzo!

Dice quello col Babbo Natale impiccato sulla maglietta, gli volta le spalle e se ne va. L’altro compagno, quello con Babbo Natale in atteggiamenti intimi con la renna, prende la canna allo stronzo e lo raggiunge.

Tra cinque giorni una piccola bara bianca uscirà da una casa azzurra all’angolo Madison Street e Perry Street, a Port Clinton, Ohio dove il piccolo Devin è riuscito a festeggiare il suo ultimo Natale.

Da ladybliz: Bimbo malato di cancro: città festeggia Natale 2 mesi prima per piccolo Devin

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Evasione

Corro, sono anni che sono rimasto rinchiuso. La cella, i guardiani, il cibo schifoso, gli occhi dei compagni: non posso più vedere quello sguardo rassegnato, quei movimenti languidi, quelle caviglie gonfie. Libero, giustamente, meritatamente libero perché io ho lottato.

Niente più compagni di lavoro infidi, serpenti a sonagli pronti a morderti se solo ti avvicini troppo; altri invece erano apertamente aggressivi, feroci: tirano fuori gli artigli per ogni minima sciocchezza. Libero.

Non devo far vedere che sto’ scappando, devo muovermi in maniera disinvolta, come se niente fosse: un passo dopo l’altro e poi via, di corsa dietro quel muro. Appiattirmi e nuovamente ricominciare a camminare, guardando di qua e di là in maniera disinvolta.

Disinvolta, disinvolta…. Non ci riesco.

Io, io me lo ricordo quello che ho lasciato qua fuori, lo so, me lo sono ripassato nella memoria per trenta lunghi anni, una forma di lotta silenziosa e tenace: ricordare, sforzarsi di non dimenticare: ogni notte prima di addormentarmi io ripensavo a quello che c’era fuori, l’ho sognato, l’ho immaginato, ho pianto di nostalgia e ora?

E ora sono fuori ma questa terra non è la mia terra, è diversa, è più dura, più grigia.

Provo ad appoggiarmi a queste piante ma si piegano e fanno un rumore strano, alcune poi si spostano. Non sono piante sono pietre colorate che si muovono da sole! No, queste non me le ricordavo proprio. Gli alberi hanno i tronchi lisci e delle foglie luminose. Provo ad odorarne una ma puzzano. Diciamo che puzza un po’ tutto qua intorno e non ci sono corsi d’acqua. Forse è una savana?

Attorno a me le pietre si fermano ed escono dei tipi che mi ricordano i guardiani, meglio telare.

Sento odore d’acqua, non ne sento il rumore, non so se è per colpa del frastuono creato da queste rocce mobili o a causa della musica assordante che mettevano i guardiani durante le ore di lavoro.

C’era una canzone che non era male, faceva più o meno così: “non importa quel che muovi e allora muovi! tatattattatta e allora muovi!” . Questa musichetta mi fa ballare il naso , una volta che mi prende poi…

Aspetta, aspetta, devo trovare la strada di casa, non mi devo distrarre: odore d’acqua. Ma queste montagne io non me le ricordo. Il mondo è così cambiato in trent’anni? Ci sarà ancora qualcuno ad aspettarmi? E sopratutto dove? Acqua e… che cosa è questo odore? Un odore dolce, verde diverso da questa puzza che mi invade le narici. Ci sono delle strane grotte sempre piene di quegli esseri… li schiaccio o li soffio via, o li sposto con una mossa di quelle ….”tatattattatta e allora muovi! ” No, no, non li schiaccio che iniziano tutti a urlare… che male alle orecchie! Arrivano a fare degli ultrasuoni.

Verde, c’è una grotta piena di verde, vorrei provare a prenderne un po’, sembra meglio della sbobba della galera. Perché urlano sempre questi umani? Io provo a soffiarli via, via, via sparite.

Io voglio solo tornare a casa ma qui non c’è più una casa per me. Qui non c’è più nessuno che mi conosca, che si ricorda chi io sia. Voi siete ovunque ma non parlate con me, non mi vedete. Chi sono io per voi? Un animale da circo, una cosa grossa di cui ridere per mezz’ora. Io sono, io esisto perché ho dei ricordi, ho una storia ma se voi mi togliete anche questo, cosa rimane? Una pelle ruvida con due zanne d’avorio. Via, via, volate via. Vi siete presi tutto, anche il mio ricordo del mondo e cosa mi avete dato in cambio? Puzza, grigio e rocce mobili. Vorrei urlare, uccidervi tutti a furia di “tatattattatta e allora muovi! ” ma a cosa servirebbe? A nulla, solo a farvi urlare più forte.

Mi state accerchiando, ora inizierete a sparare le vostre siringhe dormiglione?No, vi avvicinate? Mi arrendo, non c’è nulla qua fuori per me, chiudo gli occhi, rimettetemi le manette, riportatemi in cella, domenica sarò di nuovo in pista, solo un po’ più triste, solo un po’ più solo: ora so che non ho più un luogo dove tornare.

Da blizquotidiano: Elefante fugge e passeggia per Roma: ripreso al mercato di Ponte di Nona.

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Petizione: Affinché il fenomeno migrazioni sia più umano

Per una volta non voglio scrivere un racconto ma voglio riportare il testo di una petizione on-line che gira sulla rete. L’appello lo potete firmare al seguente indirizzo: http://www.change.org/it/petizioni/affinché-il-fenomeno-migrazioni-sia-più-umano

“Questo è un’appello al Governo Italiano e alla comunità internazionale tutta.

Difronte all’ininterrotto genocidio a cui assistiamo inermi in cui uomini, donne e bambini muoiono atrocemente scappando da guerre e carestie, la comunità internazionale non può restare a guardare ma deve agire.

Questa gente, che contiamo ormai a milioni, esseri umani come noi, bambini che potrebbero essere i nostri figli, donne che potrebbero essere le nostre mogli o madri, intraprende viaggi perigliosi e assurdi come attraversare il deserto a piedi o imbarcarsi su navigli fatiscenti, privi d’acqua o strumenti di navigazione adeguati.

Come possiamo rimanere indifferenti a tutto questo? Ma, dirà qualcuno, non si possono aprire le nostre ambasciate a tutti coloro che desiderano entrare nella nostra Italia già nel loro paese d’origine. Queste sarebbero prese d’assalto e il nostro territorio nazionale invaso da siriani, afgani, somali, eritrei e tutti quei popoli della terra ingiustamente martoriati dalla povertà, dalla guerra o dalla violenza. Il concetto stesso di Stato e di cittadinanza perderebbe senso, tradiremmo i valori Risorgimentali di patria per cui tanti Italiani sono morti.

Viviamo quindi in una angosciosa contraddizione: da una parte non possiamo continuare ad assistere inerti alla morte di cotonati uomini, nostri simili che spirano in maniera così atroce, e dall’altra non possiamo accoglierli tutti in cristiano abbraccio.

Mi chiedo come può una madre vedere morire i propri figli di sete in mezzo al deserto: quanta tragedia è racchiusa in quei piccoli cadaveri riparati all’ombra di un cespuglio, come se questo potesse evitarne la morte.

Senza parlare delle nefandezze di cui si macchiano gli Italiani venendo a contatto con realtà così dolorose: campi di detenzione dove i richiedenti asilo (un diritto, non dimentichiamo) giacciono in condizioni disumane, oltre i limiti della legalità; uomini delle Forze dell’Ordine che, esasperati, commettono ingiustizie come il furto (non ancora accertato) a danno di alcuni esponenti della borghesia siriana scappati dalla guerra; i nostri marinai che si macchiano del terribile crimine del non soccorrere i naufraghi a causa dell’incertezza legislativa.

Gli stati occidentali, che hanno traghettato il mondo intero fuori dalle barbarie, devono mettere da parte ogni sentimentalismo ed avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e indicare la strada da seguire.

Chiedo quindi a gran voce di organizzare uno studio serio e documentato di quali siano le reali possibilità di sopravvivenza per ogni viaggio della speranza. Queste statistiche dovranno tenere conto dello stato di provenienza e della situazione economica e culturale del richiedente asilo: sarebbe infatti infantile credere che una contadina nigeriana analfabeta abbia le stesse possibilità di sopravvivenza di un medico iracheno.

Successivamente dovremmo fare una attenta riflessione sulla quantità di sofferenza che questi viaggi della speranza comportano: se non possiamo evitare le guerre e le carestie dobbiamo almeno cercare di alleviare il dolore che queste genti patiscono. E’ un nostro dovere difronte a tanta disperazione.

Quindi chiedo che, alla luce delle ricerche fatte, siano istituite delle camere a gas per motivi umanitari in tutte le nostre ambasciate e che venga concessa la possibilità ai richiedenti asilo di poter scegliere di tentare la fortuna in maniera più consona ad un esponente della razza umana.

Il richiedente asilo presenterà una domanda completa di ogni informazione per poi entrare in una stanza d’attesa e lì le statistiche decideranno se verrà accompagnato a una dolce morte o partirà con un biglietto aereo, già fornito di ogni documento, per il paese che più desidera.

Questo soluzione umanitaria non costerebbe quasi nulla agli stati ospitanti in quanto i beni dei migranti che purtroppo non avevano le caratteristiche necessarie servirebbero a dare la copertura finanziaria necessaria, quest’ultimo fatto avrebbe anche la grande rilevanza di sottrarre ingenti quantità di denaro alla criminalità organizzata.

Tengo a sottolineare l’importanza del metodo con cui questa prassi deve essere attuata, bisogna avvalersi di ricercatori di indubbia fama e funzionari che non cedano al facile buonismo o alla concussione.

Questa è una seria proposta che ha come unico fine l’alleviamento della sofferenza e il donare nuova dignità all’essere umano nella sua interezza.”

La camera a gas di Mauthausen

Da la stampa.it: Niger: strage migranti, trovati 87 corpi

LaRepubblica.it: “Noi derubati sulla nave militare”, il giallo del furto ai profughi siriani

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L’uomo nero

belgrado_31Pompeo è a piedi nudi, i suoi passi risuonano sul pavimento in pietra. Fuori dalle finestre la luna crescente illumina un albero di fichi in giardino. Silenzio, Pompeo è davanti al talamo dei genitori ma è indeciso se chiamarli o ritornarsene su i suoi passi: e se il padre avesse pensato che è un debole, una pula che ha paura della sua ombra? E se l’avesse battuto col bastone? Con la cinghia? O se avessero deciso di mandarlo in villa, lontano da tutti?

Sbatte una porta, la civetta canta e poi si invola, Pompeo salta nel talamo.

-Per Castore!

-Per Polluce!

Il padre impugna meccanicamente il randello che tiene sempre a portata di mano per ogni evenienza; la madre prende il figlio tra le braccia e lo nasconde tra le lenzuola.

-Mamma, è vero che i cristiani mangiano i bambini?

Dice Pompeo tutto in un fiato, come se quella domanda gli stesse appesa alla lingua da tutta la notte.

-Si tesoro, sono delle persone cattive che rifiutano di vivere come noi, in una casa per vivere dentro le catacombe: il loro Dio Gesù strappa i morti dalla pace per farli vagare senza quiete per il mondo.

Il bimbo guarda il buio della stanza mentre il padre, riposto il randello, si sdraia nel letto.

-E un giorno, questo Gesù gli ha detto: mangiatemi e andate per il mondo a mangiare i bambini in ricordo di me. Ogni settimana i cristiani scelgono un bambino cattivo, che non vuole studiare e che non rispetta i suoi genitori, aspettano che scappi dalle mani dello schiavo che lo deve accompagnare a scuola oppure che salti le lezioni del maestro per andarsene in giro…

-Oppure che si metta a guardare le farfalle mentre va al tempio col padre…

Aggiunge il pater familia con uno sbadiglio.

-E lo rapiscono, lo portano in una tomba e lì lo uccidono, lo fanno a pezzi e poi se lo mangiano; raccolgono il sangue in una brocca e poi se lo bevono come se fosse vino.

-Ma questo Gesù era un bambino?

La madre accarezza Pompeo.

-No caro, non era un bambino ma un uomo barbuto che diceva di essere lui un dio e che tutti gli altri Dei come Giove, Giunone, Apollo non esistevano.

Il padre prende il figlio per le orecchie e gli dice affettuosamente:

-Ma non è vero niente! I cristiani dicevano anche di essere buoni ad addomesticare le bestie feroci ma, l’altro giorno al Circo, hai visto come la tigre si è mangiata quei sobillatori, avvelenatori? Ah-ham! In un boccone!

Caio Maximum di professione esattore inizia a mimare la tigre che si mangia i cristiani finendo per fare il solletico al pancino del suo bambino. La madre Ottavia li guarda severa.

-Basta adesso, Pompeo ritornatene nel tuo letto e ricordati di stare sempre vicino a tua madre, a tuo padre o allo schiavo Eunoos quando cammini per la strada. Inoltre devi studiare e essere ubbidiente altrimenti i cristiani ti rapiscono e ti mangiano.

Pompeo abbraccia forte i suoi genitori e, con un lembo della tunica tra le labbra per farsi coraggio, esce dalla stanza.

[Questa breve scena potrebbe essere riscritta mettendo al posto della parola cristiani la parola ebrei, uomo nero, comunisti, zingari.]

Da corriere.it: Il caso di Maria: una coppia rom bulgara «È nostra figlia, l’abbiamo affidata ai greci»

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La raccomandazione

yoda-dj2In cucina, attorno a un tavolo.

-Allora, sei contento?

A parlare è lo Zio Carlo, un uomo sulla sessantina dallo sguardo franco e sorridente.

-Ti devo ringraziare zio ma…

Giovanni è un ragazzo sui ventisette anni, indossa una maglietta di yoda che fa il dj con gli occhiali da sole. Sta torturando la tazzina del caffè e non riesce a fermare il piede destro né a guardar lo zio negli occhi.

-Ma cosa? Ho sentito il mio cliente, ti assumono. Da domani andrai a lavorare al Quirinale. Niente di che: starai in portineria, pulirai le scale non ho ben capito ma un bel contrattino di un paio di mesi, per iniziare, così vedi come va.

Lo zio dà un ultimo sorso al caffè, lascia cadere pesantemente la tazzina sul piattino e il rumore della porcellana fa trasalire il ragazzo.

-Zio grazie, davvero ma… ecco…. ne ho parlato anche con papà e, non so come dirtelo, ho un po’ di paura.

-Paura e perché?

Il ragazzo si alza e si ripara dietro lo schienale della sedia, guarda lo zio negli occhi.

– Che mi ammazzino zio.

Lo zio non sorride più.

-Vai al Quirinale mica in guerra, vai a pulire i cessi degli onorevoli mica a fare la guardia del corpo.

In sala qualcuno ha acceso la televisione.

-Si, è che… magari mentre vado al lavoro qualcuno decide, che ne so, di sparare a Letta.

-E perché povero Letta?

-O ad Alfano?

-E che ha fatto di male?

-O magari qualcuno si dà fuoco nel piazzale dove posteggio la moto.

– Dici che c’è questo pericolo?

Lo zio riprende a sorridere.

-Zio, è pieno di gente che non ne può più, che appena vede un’auto blu inizia ad andargli addosso…

– Mi sembra che stai esagerando, Giovanni.

-Zio ma non ti ricordi di quella tipa che faceva la precaria in un comune del nord? Un disperato è andato e le ha sparato.

-Va beh, è stato un caso.

-E di quell’altro che ha sparato ai carabinieri di guardia al Quirinale il giorno dell’Insediamento del governo?

-Ma tu stai dentro, nei gabinetti.

-Si, ma se uno arriva con una macchina piena di tritolo e si caccia nel portone a tutta velocità?

Ora Giovanni è in piedi davanti allo zio e lo guarda negli occhi.

-Zio, io non ci vado a lavorare al Quirinale. Piuttosto mi imbarco e vado a pulire i cessi in una nave petroliera.

Lo zio adesso è confuso, non sa se ridere o arrabbiarsi.

-Non voglio fare la fine del numero sui giornali: “Nell’attentato di oggi quaranta morti e nessun onorevole”. Ti ringrazio ma preferisco fare dell’altro.

Lo zio tenta un ultimo sorriso prendendo il nipote per il braccio.

-Cosa gli dico ora al mio cliente dai… è stato gentile. Che mio nipote ha paura degli attentati? Dai… mica siamo in Algeria, siamo in Italia. Siamo il primo mondo, siamo un paese civile, siamo in una democrazia, siamo…

Dalla sala provengono spari e urla.

Da larepubblica: Roma, urla e fischi contro Abu Mazen scambiato per un politico italiano.

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Dialogo di A e B in spiaggia.

sfondo[A sta mangiando dei semi tostati e sputa le pellicine o i pezzi troppo duri nella sabbia. B sta pescando, oltre la canna ha un secchio e una borsa di vimini. Il palcoscenico è vuoto, il fondale è un tramonto tropicale da cartolina un po’ spiegazzato.]

A -Sono degli scarafaggi.

B -No, scarafaggi no, non è vero, sei ingiusto.

A -Formiche?

B -Neanche, le formiche sono laboriose, questi invece sono tutto tranne che laboriosi.

A -Cavallette?

B -Meglio.

A -Stercorari?

B -Forse.

A -Insomma è tutta colpa di Nasheed.

B -Indubbiamente.

[B tira su la canna da pesca, vi è attaccato un pesce di plastica, lo guarda soddisfatto e continua a pescare.]

A -L’altro giorno ne ho visto uno in moschea.

B -Puzzano.

A -E si aggirano da una parte all’altra, mi fanno un’impressione. E tutti a scacciarli: ” Via, via, dovete stare più in là”. Ma loro nulla, sgattaiolano da ogni parte: ne blocchi uno e ne ai già tre, lì ad infastidire la gente che prega.

B -Hai provato col Baygon?

A -Non basterebbe, credi a me.

B -Il cianuro?

A -Si, delle bottigliette di birra riempite di cianuro all’entrata della moschea.

B -Non mi sembra una grande idea.

A -‘E che alla fine si stava meglio prima, quando erano confinati. Per il loro allevamento non ci guadagnevamo tanto, noi cittadini, ma almeno evitavamo di averceli intorno.

B – Io l’avevo detto.

A -Si, ma pensavo che avremmo allevato anche noi quelli di razza, non questi che ci invadono le case, le strade, non puoi neanche più pregare in pace.

B -Insomma è tutta colpa di ?

A – Nasheed.

B – Bravo.

[B tira fuori un panino dal cestino di vimini che divide in due, lo offre ad A e iniziano a mangiare, in lontananza si sente una musica hawaiana.]

A -E poi mi fanno impressione.

B -L’hai già detto.

A -Lo so ma è che non riesco proprio ad abituarmi, sembrano come noi ma non lo sono, sono sempre lì che vogliono comprare qualcosa, l’altro giorno perfino la stuoia di casa si volevano comprare.

B -E tu gliel’hai venduta?

A -No!

B -Bravo

A -La stuoia di casa mia è mia, se loro vogliono una stuoia che vadano dalla vecchia Salma a farsene fare una. Che la paghino a lei, mica a me che poi devo andare a farmela rifare.

B -Giusto.

A -Come fanno a non capire che gli viene un colpo di sole a stare tutti nudi sulla spiaggia a mezzogiorno.

B -Forse hai detto bene, sembrano come noi.

A – Ieri una di loro gironzolava attorno a mia moglie: “Ma non le da fastidio andare in giro così coperta? Ma perché permette a suo marito di farla coprire così?” E mia moglie che agitava la mano: “Sciò, sciò.”

B – E tuo figlio invece la aspettava fuori.

A -Ecco, anche questo non va bene: gli danno due soldi e questi ragazzi pensano che sia più facile scarrozzare in giro questi… cosa abbiamo detto che erano?

B -Cavallette

A -Si, cavallette invece che andare a pescare o fabbricare le reti.

B – Insomma è tutta colpa di ?

A – No, non solo di Nasheed, anche mia che l’ho votato. Meglio allevamenti di turisti di razza, confinati in isolette disabitate, ora ne sono convinto anche io. E che se ne vada in malora Nasheed e tutte le cavallette del mondo!

[Il pesce inizia a tirare la canna, B la tiene ma il pesce sembra molto grande, anche A lo aiuta. La musichetta hawaiana diviene remixata, si trasforma in un huz huz da discoteca, da dietro le quinte escono sei quod in fila. Gente varia in camicie hawaiane e costume, le donne in bikini luccicanti. Tutti urlano, qualcuno guida in piedi. Due di questi lanciano bottiglie di Jack Daniel sul palco. A e B lasciano la canna che cade giù dal palco, i quod girano attorno ai due che si stringono impauriti. La musica diventa assordante, le luci strobo. Buio. In lontananza si sente il canto dell’Imam.]

Larepubblica.it: Maldive. Il voto sulla rivoluzione dei backpaker

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Spettatrici

[ Questo post è frutto della fantasia dell’autrice. I fatti avvenuti in queste ore all’isola di Lampedusa e, in questi anni, nel canale di Sicilia sono fatti gravi e criminosi. ]

croceVenezia, ponte della Guerra.

Carla  con l’impermeabile bianco e la borsa gialla, sempre di corsa e con il cellulare in mano, si è fermata in mezzo al ponte per una telefonata: impegno delle undici è saltato. Stava per rimettere in borsa il cellulare e proseguire quando vede Cristina, giacca nera, jeans e borsa bianca strapiena di libri. Dopo i soliti baci di convenienza Carla la squadra da capo a piedi.

-E’ mai possibile che sei sempre la stessa? Uguale ai tempi del liceo.

Cristina guarda di sottecchi Carla, anche lei è sempre la stessa, non particolarmente simpatica, sempre un po’ aggressiva.

-Sto tornando da scuola in effetti, ora faccio l’insegnate di sostegno al Galileo Galilei. E tu?

-Non me ne parlare, con questa storia della crisi l’azienda è con l’acqua alla gola. Anche adesso: avevo appuntamento con un cliente, ci deve quelle cifre con tanti zeri che tu non li vedi in una vita, e mi ha annullato l’appuntamento. E’ la terza volta. E non prendo lo stipendio da tre mesi.

-Meno male che sei la figlia del padrone, se no ti avrebbero già licenziata.

Carla la guarda scandalizzata ma subito copre l’imbarazzo con un bel sorriso.

-Ma sei riuscita ad entrare nell’insegnamento allora, e tutti che dicono che lo stato non assume più.

-Precaria, e solo con contratti di otto, nove mesi l’anno. Ma me la cavo. E dimmi, dei compagni del liceo non hai più visto nessuno?

-No, no, vengo a Venezia solo per lavoro. Abito a Bergamo ora, abbiamo trasferito lì l’azienda.

Carla si è appoggiata al parapetto del ponte, una brezza le accarezza la messa in piega, due marinai stanno tirando su tre cadaveri dal canale. Braccia magre, occhi aperti, vestiti dozzinali – pensò involontariamente.

-Maestra.

Una ragazzina con il cappottino bianco si avvicina a Cristina, insieme alla madre, una signora in piumino rosso.

-Che coincidenza, Tiziana ti ricordi di Carla? Era con noi al liceo.

– Ma certo Carla, quanto tempo.

E anche Tiziana sorride in maniera melliflua.

I marinai stanno avvolgendo i tre cadaveri in grossi sacchi di plastica dorati.

-Vedo che hai messo su famiglia. Chi l’avrebbe mai detto. Tiziana, proprio tu.

-Fare figli è diventato anticonvenzionale ormai, scommetto che tu non ne hai.

-Figurati, con il lavoro che ho.

La ragazzina fa vedere il suo nuovo zainetto delle principesse alla maestra e saltella su se stessa compiendo diversi giri. Cristina ride e le scompiglia i capelli. Alza lo sguardo distrattamente. Altri cadaveri galleggiano nel canale. La corrente li trascina velocemente, per fortuna hanno il viso rivolto verso l’acqua così da non far vedere le bocche contratte e il bianco degli occhi. Non li conosceva, non li aveva mai visti, erano di altri luoghi, altri paesi, trascinati lì dalla corrente, da quell’acqua che vuole unire a tutti i costi, da quelle strade liquide e sconvenienti. Perché erano morti? Qualcuno parla di epidemie, altri di gente che scappa per fame, altri ancora di sogni. Come se i cadaveri potessero sognare.

-Guarda che poi ti gira la testa se continui così?

La ragazzina si ferma senza fiato e si appoggia al parapetto del ponte. Due ragazzi sui diciassette anni passano con delle cartelle blu sulle spalle.

– Figurati io, -dice Tiziana- Tra il lavoro, mio padre che è stato ricoverato e i bambini. Comunque ti vedo bene, sei sempre la stessa. Tua madre come sta? Salutamela, mi ricordo ancora le sue merende alle elementari, in quella terrazza coi glicini.

-Eravate compagnie anche alle elementari?

– Si, poi ci siamo perse alle medie e ci siamo ritrovate al liceo.

Carla ad un tratto sembra più vecchia, una donna che fa finta di avere ancora diciotto anni, la voce è troppo acuta e aggressiva.

-Si perché mio padre si era trasferito a Bergamo, poi però aveva divorziato e con la mamma siamo tornate a Venezia solo io e lei. Comunque si, te la saluto quando la vedo.

La ragazzina ha iniziato a saltare sul parapetto del ponte, mani appoggiate alla ringhiera di ferro, i piedi a scalare la grata e poi scendere di nuovo giù con un salto. La cartella delle principesse sulla schiena.

-Non ricordavo che i tuoi fossero divorziati. Comunque ora si è fatto tardi, devo andare a portare fuori il cane.

E Cristina saluta le vecchie compagne e la ragazzina e se ne va.

La ragazzina si gira maldestramente per salutare la maestra e la cartella oltrepassa il parapetto.

-Anche noi è meglio che andiamo, ho tante cose da fare a casa. Giorgia vieni?

La bambina recupera l’equilibrio, sotto di lei quello che sembra una bambola galleggia. Giorgia salta giù. La madre la prende per mano e, sporgendosi, vede quella che sembra una bambola; chiude gli occhi e si gira dall’altra parte. Deve andare a fare la spesa, mancano i kelloks per la colazione.

Quando sbatte le palpebre vede ancora quella che sembra una bambola che galleggia, un vestitino a righe, i capelli incollati alla fronte. Sbatte le palpebre più forte. Deve comprare anche il detersivo per i piatti, è quasi finito.

Madre e figlia si allontanano. Carla guarda il canale, prende una caramella dalla borsetta, butta la carta oltre il parapetto, nell’acqua. Squilla il telefono. Carla risponde.

Da repubblica.it: Lampedusa

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