Spettatrici

[ Questo post è frutto della fantasia dell’autrice. I fatti avvenuti in queste ore all’isola di Lampedusa e, in questi anni, nel canale di Sicilia sono fatti gravi e criminosi. ]

croceVenezia, ponte della Guerra.

Carla  con l’impermeabile bianco e la borsa gialla, sempre di corsa e con il cellulare in mano, si è fermata in mezzo al ponte per una telefonata: impegno delle undici è saltato. Stava per rimettere in borsa il cellulare e proseguire quando vede Cristina, giacca nera, jeans e borsa bianca strapiena di libri. Dopo i soliti baci di convenienza Carla la squadra da capo a piedi.

-E’ mai possibile che sei sempre la stessa? Uguale ai tempi del liceo.

Cristina guarda di sottecchi Carla, anche lei è sempre la stessa, non particolarmente simpatica, sempre un po’ aggressiva.

-Sto tornando da scuola in effetti, ora faccio l’insegnate di sostegno al Galileo Galilei. E tu?

-Non me ne parlare, con questa storia della crisi l’azienda è con l’acqua alla gola. Anche adesso: avevo appuntamento con un cliente, ci deve quelle cifre con tanti zeri che tu non li vedi in una vita, e mi ha annullato l’appuntamento. E’ la terza volta. E non prendo lo stipendio da tre mesi.

-Meno male che sei la figlia del padrone, se no ti avrebbero già licenziata.

Carla la guarda scandalizzata ma subito copre l’imbarazzo con un bel sorriso.

-Ma sei riuscita ad entrare nell’insegnamento allora, e tutti che dicono che lo stato non assume più.

-Precaria, e solo con contratti di otto, nove mesi l’anno. Ma me la cavo. E dimmi, dei compagni del liceo non hai più visto nessuno?

-No, no, vengo a Venezia solo per lavoro. Abito a Bergamo ora, abbiamo trasferito lì l’azienda.

Carla si è appoggiata al parapetto del ponte, una brezza le accarezza la messa in piega, due marinai stanno tirando su tre cadaveri dal canale. Braccia magre, occhi aperti, vestiti dozzinali – pensò involontariamente.

-Maestra.

Una ragazzina con il cappottino bianco si avvicina a Cristina, insieme alla madre, una signora in piumino rosso.

-Che coincidenza, Tiziana ti ricordi di Carla? Era con noi al liceo.

– Ma certo Carla, quanto tempo.

E anche Tiziana sorride in maniera melliflua.

I marinai stanno avvolgendo i tre cadaveri in grossi sacchi di plastica dorati.

-Vedo che hai messo su famiglia. Chi l’avrebbe mai detto. Tiziana, proprio tu.

-Fare figli è diventato anticonvenzionale ormai, scommetto che tu non ne hai.

-Figurati, con il lavoro che ho.

La ragazzina fa vedere il suo nuovo zainetto delle principesse alla maestra e saltella su se stessa compiendo diversi giri. Cristina ride e le scompiglia i capelli. Alza lo sguardo distrattamente. Altri cadaveri galleggiano nel canale. La corrente li trascina velocemente, per fortuna hanno il viso rivolto verso l’acqua così da non far vedere le bocche contratte e il bianco degli occhi. Non li conosceva, non li aveva mai visti, erano di altri luoghi, altri paesi, trascinati lì dalla corrente, da quell’acqua che vuole unire a tutti i costi, da quelle strade liquide e sconvenienti. Perché erano morti? Qualcuno parla di epidemie, altri di gente che scappa per fame, altri ancora di sogni. Come se i cadaveri potessero sognare.

-Guarda che poi ti gira la testa se continui così?

La ragazzina si ferma senza fiato e si appoggia al parapetto del ponte. Due ragazzi sui diciassette anni passano con delle cartelle blu sulle spalle.

– Figurati io, -dice Tiziana- Tra il lavoro, mio padre che è stato ricoverato e i bambini. Comunque ti vedo bene, sei sempre la stessa. Tua madre come sta? Salutamela, mi ricordo ancora le sue merende alle elementari, in quella terrazza coi glicini.

-Eravate compagnie anche alle elementari?

– Si, poi ci siamo perse alle medie e ci siamo ritrovate al liceo.

Carla ad un tratto sembra più vecchia, una donna che fa finta di avere ancora diciotto anni, la voce è troppo acuta e aggressiva.

-Si perché mio padre si era trasferito a Bergamo, poi però aveva divorziato e con la mamma siamo tornate a Venezia solo io e lei. Comunque si, te la saluto quando la vedo.

La ragazzina ha iniziato a saltare sul parapetto del ponte, mani appoggiate alla ringhiera di ferro, i piedi a scalare la grata e poi scendere di nuovo giù con un salto. La cartella delle principesse sulla schiena.

-Non ricordavo che i tuoi fossero divorziati. Comunque ora si è fatto tardi, devo andare a portare fuori il cane.

E Cristina saluta le vecchie compagne e la ragazzina e se ne va.

La ragazzina si gira maldestramente per salutare la maestra e la cartella oltrepassa il parapetto.

-Anche noi è meglio che andiamo, ho tante cose da fare a casa. Giorgia vieni?

La bambina recupera l’equilibrio, sotto di lei quello che sembra una bambola galleggia. Giorgia salta giù. La madre la prende per mano e, sporgendosi, vede quella che sembra una bambola; chiude gli occhi e si gira dall’altra parte. Deve andare a fare la spesa, mancano i kelloks per la colazione.

Quando sbatte le palpebre vede ancora quella che sembra una bambola che galleggia, un vestitino a righe, i capelli incollati alla fronte. Sbatte le palpebre più forte. Deve comprare anche il detersivo per i piatti, è quasi finito.

Madre e figlia si allontanano. Carla guarda il canale, prende una caramella dalla borsetta, butta la carta oltre il parapetto, nell’acqua. Squilla il telefono. Carla risponde.

Da repubblica.it: Lampedusa

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Informazioni su Arianna

Mi chiamo Arianna Musso. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Amministratrice della società di servizi per la Stampa 3D: ASTRATI SRL di Genova.
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