Picchetto agostano

Emilia. La fabbrica è un parallelepipedo grigio in mezzo a un piazzale altrettanto grigio. Le saracinesche, di un grigio più scuro, sono abbassate; le finestre chiuse hanno i vetri opachi; il nome della fabbrica spicca in azzurro. Davanti al cancello, sulla strada, sotto un gazebo rosso, è imbandita una tavola: la tovaglia è di carta bianca, seduti su delle panche pieghevoli vi sono dodici persone.

Simona, una signora di cinquantadue anni, ha appena portato in tavola una grande teglia di pasta al forno mentre Pietro versa il vino, Lambrusco, da un bottiglione. Pietro è sui sessant’anni, barba bianca e chierica in testa, si è nominato coppiere delle cene dal 12 al 18 agosto e tutti hanno dovuto subire il suo vino un po’ troppo sincero.

C’è ancora del pane sbocconcellato e dei fondini di salame e mortadella che giacciono sui taglieri. Giovanna prova a rifiutare il Lambrusco di Pietro:

– Devo guidare, devo riaccompagnare mia mamma a casa.

-Perché non hai portato i bambini? Dovevano venire anche loro!

Ma Giuda si intromette:

– Lei intanto è venuta, notte e giorno, non è stata come quell’altra che non si è nemmeno presentata.

Pietro non si dà per vinto e riempie il bicchiere di Giovanna.

-E che facciamo? Ci mettiamo a fare la guerra tra di noi? C’è chi se la sente e chi non se la sente, c’è chi può mettere qualcosa di più e chi qualcosa di meno.

Lui è davanti a quel cancello dal 3 di agosto, dopo che Taddeo ha visto entrare i camion nella fabbrica che doveva essere chiusa. Taddeo abita lì vicino e portava a spasso Billy, un cane dalla razza indefinita, quando ha visto i camion. Ha lanciato dentro il cortile della fabbrica la pallina a Billy ed è entrato con la scusa di recuperarsi il cane, ha chiesto scusa ad uno degli operai che stavano uscendo con un macchinario.

-Non roba mia, che uso io- precisa Taddeo- e quello lì mi ha risposto in Rumeno indicandomi il cognato del padrone. Allora sono uscito e, svoltato l’angolo, ho chiamato tutti i colleghi di cui avevo il numero sul cellulare.

-E che ti hanno risposto- grida qualcuno, -Intanto dopo mezz’ora eravamo già in venti, un bel picchetto davanti al cancello- aggiunge qualcun altro.

-Dobbiamo sostituire alcuni macchinari e abbiamo pensato che fosse meglio farlo durante la chiusura estiva, per non creare problemi all’azienda.

Taddeo fa il verso al cognato del padrone portando le spalle indietro, alzando il mento e sibilando le s e le z.

Ultima_Cena_(nomi)

 -Si che noi siamo fessi, dopo la Firen sappiamo bene che cosa vuol dire “trasferimento di materiale”. Ci chiudono, altro che.

Taddeo sta parlando con Simona, quella della pasta al forno. Lei è appena tornata dal paesello in Puglia dove va a passare le vacanze e tiene ancora una zia quasi centenaria.

-Ma siamo sicuri che volessero scappare in Romania con tutta la fabbrica? La Cinzia dice che è tutto un equivoco, che i padroni non lo farebbero mai, così, di nascosto, come ladri. Tanto se vogliono chiudere ci mandano una bella lettera a tutti e quaranta e finisce lì. C’è la crisi.

-Neanche la carta vogliono sprecare, quelli. Neanche la merda la tratti così, almeno per pulirti un po’ di carta igienica devi usarla! Io ho un mutuo, un figlio di due anni e quelli mi mandano in ferie, spendo 500 euro per andare al mare giusto una settimana col bambino e quelli mi dislocano la fabbrica? Ma io li ammazzo!

Matteo è un trentenne divorziato dalla testa riccioluta, l’ex moglie è rimasta senza lavoro sei mesi fa e lui fa i salti mortali per riuscire a mantenere tutti con uno stipendio da operaio specializzato.

Andrea, dall’altra parte del tavolo, chiede a Matteo di stare calmo. Giacomo vuole un’altro po’ di vino e Bartolomeo vorrebbe tornare a casa dalla moglie. La moglie di Bartolomeo è un’altra operaia della fabbrica che non crede che i padroni vogliano emulare la Firen e chiudere baracca e burattini in una estate. Bartolomeo e consorte si sono conosciuti in quella fabbrica, avevano dato i confetti del battesimo della loro Cinzia a tutti, operai e padroni  vent’anni prima.

Tommaso, dal centro del tavolo, alza l’indice al cielo, reclamando qualche giustizia ultraterrena mentre Filippo fa l’avvocato del diavolo:

– Se io avessi i loro soldi lo farei anch’io. Qua in Italia ti tassano e basta. Il lavoro è tassato più che in tutta Europa e le infrastrutture non funzionano, lo stato non paga. Meglio degli schiavi che fanno il nostro lavoro per metà dei soldi, senza ferie e senza tredicesima.

Giacomina, una donna dai capelli castani e mossi, spalanca le braccia:

-Come si può lavorare se non si può neanche andare in ferie senza la paura che ti delocalizzino la fabbrica alle spalle? Allora ha ragione Gianluca che si mette in malattia per mesi? O mia suocera che lavora in comune ed è sempre al telefono coi suoi figli?

Giacomo alza il bicchiere colmo di Lambrusco:

-Brindisi!

-A chi? Per cosa? Già ubriaco? Voci provenienti da varie parti del tavolo, qualche risata.

-A noi lavoratori, italiani, rumeni o…

-Ungheresi! Urla qualcuno.

-Ungheresi, grazie. Che un giorno possiamo ritornare uniti e fargliela pagare a ‘sti maiali capitalisti!

Da lontano quattro luci blu avanzano lentamente: quattro autoarticolati targati Romania sono scortati da quattro camionette dei carabinieri.

Dal fatto.it: Modena, l’azienda manda i lavoratori in ferie e intanto si trasferisce in Polonia

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Informazioni su Arianna

Mi chiamo Arianna Musso. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Amministratrice della società di servizi per la Stampa 3D: ASTRATI SRL di Genova.
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