Capricci

Porto Antico GenovaGiada e Carlo sono al Porto Antico, di fronte al Bigo. Fa caldo, il piccolo Giovanni chiede per la trentesima volta il gelato.

-L’abbiamo già preso. Lo rimprovera la madre.

-Ma troppo tempo fa. Piagnucola Giovanni e si siede per terra, la mamma lo rialza prendendolo per il braccio, Carlo è al cellulare e non si accorge della moglie che gli chiede aiuto. Lei urla con una voce acuta, il cinquenne non si alza da terra e inizia anche a battere i piedi colpendo la vetrina dell’Eataly. Giada a quel punto lascia il braccio di Giovanni e si scaraventa contro Carlo che si scosta per non essere investito da quella furia bionda e riccioluta di sua moglie.

Giada è isterica ultimamente perché Giovanni fa troppi capricci, perché è stata messa in mobilità ed è anche incinta, forse. Carlo è un po’ distratto perché gli hanno abbassato lo stipendio e gli hanno prospettato un trasferimento per un anno e mezzo in un campo in Algeria. Giovanni è capriccioso perché ha caldo, non capisce perché i suoi genitori sono così strani e poi la sua amica Anna ha il gelato e lui no.

Giada inciampa nelle gambe del figlio e sbatte la testa sulla panchina circolare che contiene una alta palma. La panchina è di legno verde ora chiazzata di sangue: Giada si è rotta il naso.

-Ma che cazzo fai, Cristo Santo!

Grida Carlo precipitandosi, lei non risponde e non si muove, lui la gira e vede il sangue che le esce dal naso e gli occhi di lei aperti, sbarrati ma respira: ha un’attacco di panico o crisi isterica. Carlo spaventato inizia a darle degli schiaffi per risvegliarla.

-Ohhh, ci sei? Giada! Cazzo, rispondi!

Una donna bionda, di mezza età, con la montatura rossa degli occhiali che stava passando di lì con un cane di piccola taglia, inizia ad urlare:

-Polizia! Polizia!

Una pattuglia formata da due carabinieri e due alpini prontamente interviene immobilizzando Carlo a terra, scarpone sulla schiena e braccio piegato indietro. Un carabiniere chiama la volante e, prima che Giada riesca ad alzarsi, Carlo è stato già portato via. Un’alpina si prende cura di Giada che sta cercando con gli occhi Giovanni. Giovanni ha smesso di piangere e scruta il punto dove il padre era stato gettato a terra.

-Vuole che l’accompagno in ospedale?

-Perché?

-Sarà utile ai fini del processo.

-Quale processo? Dov’è Carlo? Dov’è Giovanni?

-Giovanni? L’hanno aggredita in due?

-No, non mi ha aggredito nessuno, Carlo è mio marito.

-Non si preoccupi, non sarà costretta a denunciarlo, la signora sta già sporgendo denuncia per lei.

-La signora? Ma chi è?

– C’è l’anonimato, mi dispiace, non posso dirle chi è. Comunque non si preoccupi. Eravate sposati quindi? Bene, aggravante. Mi parli di questo secondo individuo che l’ha aggredita, chi è?

-Ma quale secondo… Giovanni! Urla Giada rivolta al figlio che subito le corre tra le braccia.

-Di bene  in meglio, davanti a un minore. Non mi dica che è anche incinta?

-Ma lei come fa a saperlo?

-Bene, le dico fin da subito che suo marito non potrà più avvicinarsi a casa sua, anche se lo stato di fermo dovrebbe già garantirle una discreta tranquillità.

-Di fermo? ma cosa dice? Voglio parlare subito con mio marito, c’è stato un’equivoco!

-Non si preoccupi, la denuncia è ormai irrevocabile, qualunque cosa lei faccia ormai è inutile, il processo si farà, che lei lo voglia o no. Ora, se permette, l’accompagno in ospedale così ci facciamo fare una bella cartella clinica da consegnare al giudice. E non si preoccupi, lei, in quanto vittima, sarà informata di tutto l’iter giudiziario del suo persecutore.

– Ma è mio marito!

Il secondo alpino le si avvicina e l’aiuta a rialzarsi mentre il piccolo Giovanni viene preso in braccio da un carabiniere.

-Non si deve preoccupare signora, ci siamo noi a difenderLa. Noi siamo sempre dalla parte dei più deboli, venga, venga.

Giada sale su un’ambulanza insieme a Giovanni. Non  sa quando è comparsa l’ambulanza, come non ha ben capito quando è scomparso suo marito.

Un cellulare squilla, è quello di Carlo che è caduto sull’asfalto durante la colluttazione con i carabinieri, la donna bionda, quella con gli occhiali rossi che aveva chiamato la polizia e sporto denuncia, lo raccoglie e risponde, dal cellulare la voce di un uomo:

– Carlo sei tu? Allora domani ci vieni in Val di Susa si o no? Carlo? Ci sei? Dopo quello schifo di decreto non possiamo mica lasciarli fare così. Dobbiamo fargli vedere che non abbiamo paura. Carlo?

La donna bionda con gli occhiali rossi sorride, chiude la telefonata e si mette il telefono in borsa mentre il cane lecca il sangue rappreso sulla panchina.

Da ilfattoquotidiano.it: Femminicidio, i punti deboli del decreto

Da radioradicale.it: Intervista a Valerio Spigarelli

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Informazioni su Arianna

Mi chiamo Arianna Musso. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Amministratrice della società di servizi per la Stampa 3D: ASTRATI SRL di Genova.
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