Italia, pensilina dell’autobus. A.M.

– Firenze, pensilina dell’autobus.

‘E mattina, il sole non riesce a scaldare. Una giovane donna bionda alza il cappuccio del giubbotto della figlia. La bambina stà giocando con i piedi della sorellina che escono da marsupio. La piccola avrà sei mesi, occhi azzurri, cappellino rosa.

-Look, bird!- Esclama la giovane donna indicando un merlo che vola.

-Dove?- La grande smette di torturare il piede della sorellina e alza il naso.

-Dove si dice where. Anche se non abitiamo più a Zurigo può sempre capitare che incontri dei bambini non italiani, magari dei turisti che vengono a trovarci, devi saper parlare con loro-. La mamma le parla sorridendo, con un dito tra le mani della piccola.

-Dei bambini come Anne?- La bimba ha smesso di cercare il merlo e riprende a tirare il piedino della sorellina.

-Come Anne, come Can, come Didier.-

-Ma Can era turco.-

-Ma parlavamo tutti in inglese, ti ricordi?-

-Torniamo a Zurigo?-

-No amore, la mamma ha cambiato lavoro. Adesso la mamma fa i panini col lampredotto, ti piace il lampredotto?-

-Si!- grida la bambina. -Ma senza pepe.- aggiunge seria. -Anche a Chiara piace il lampredotto?-

-No amore, Chiara è ancora piccola, magari tra un po’ glielo facciamo assaggiare.-

-Ma solo quello della nonna.-

-E della mamma che lo cucina assieme alla nonna tutti i giorni al chiosco. La mamma non fa più la ricercatrice in medicina molecolare  ma vende i panini col lampredotto più buoni di Firenze.-

La bambina saltella felice del tono entusiasta della sua mamma; tiene sempre il piedino della sorella mentre saltella. Arriva l’autobus, la mamma la prende per mano e la tira per farla salire; la bimba sfila inavvertitamente la scarpina di lana rosa della sorella che cade sul marciapiede.

Dal corriere.it: Ricerca in Italia? Meglio fare il lampredotto.

– Cosenza, pensilina dell’autobus.

Una scarpa da tennis nera colpisce una scarpina di lana rosa lanciandola in una pozzanghera. ‘E una ragazza alta, dai capelli neri e dalle unghie smaltate. La ragazza si guarda l’unghia dell’indice spezzata. Si deve essere rotta mentre segava l’omero del padre. Lei aveva messo il cadavere nella vasca da bagno e l’aveva fatto a pezzi. Ma non tutto in una volta, in un paio di giorni. L’aveva fatto in otto pezzi per la precisione. Siccome le faceva impressione la testa, l’aveva avvolta in un sacchetto di plastica del Di per Di. L’aveva decapitato con un coltello da cucina, sopra un tagliere in bilico sul bordo della vasca. Non era stato facile. Aveva fatto sgocciolare il sangue, aveva messo la testa in un catino ma non andava bene: nel giro di qualche giorno avrebbe incominciato a puzzare e lei aveva bisogno di tempo. Come per le zucchine, se le lasci nel sacchetto marciscono. Allora aveva aperto il sacchetto di plastica con delle forbicine da unghie. La faccia di suo padre era molle. L’aveva ricoperta di borotalco.

-L’hai smessa di menarmela, l’hai smesso di cercarmi il libretto universitario anche tra le mutande.

La ragazza parla da sola sotto la pensilina .

Aveva ucciso suo padre una mattina perché ormai non c’era più niente altro che lei potesse fare.

Il padre voleva cacciarla di casa, non voleva darle più neanche un euro, non voleva più vederla. Diceva che era tutta colpa della sua mamma. Ma la mamma amava più lei che suo marito. Ne era certa. Quella casa era la casa della sua mamma. Era dove la sua mamma aveva pulito, dove aveva cucinato, dove aveva visto la televisione dopo pranzo. Ora la sua mamma non c’era più e quello, suo padre, pretendeva che lei lavasse, cucinasse, mettesse a posto. Ma lei doveva studiare e lui urlava. Era stato inevitabile ucciderlo, con un martello, una mattina. Era stato inevitabile metterlo in una vasca da bagno e farlo a pezzi. Un pezzo per volta: la testa, le due braccia, le gambe in due parti e il corpo. Ogni pezzo l’ha fatto sgocciolare dal sangue, l’ha asciugato col borotalco e poi l’ha messo nella calce, infine l’ha inscatolato in otto scatole diverse. Le scatole sono state poi chiuse e impacchettate con carta argentata. Ha chiamato la nettezza urbana e domani verranno a prenderle.

-Che cosa urlava poi quello, che anche a finire l’università non è che si trova lavoro. Nessuna delle mie amiche lavora, anche con la laurea. Chi lavora lavora nella ditta del padre o nel negozio della mamma. Ma lui non poteva darmi neanche quello: era un pensionato.

Così dice la ragazza alla sua unghia rotta. L’autobus arriva, apre le porte, la ragazza sale, deve andare dall’estetista per ricostruirsi l’unghia. Le porte dell’autobus si chiudono e incomincia a piovere sulla scarpina di lana rosa dimenticata nella pozzanghera.

Dal corriere.it: Uccide il padre e lo fa a pezzi

-Livorno, pensilina dell’autobus.

La scarpina di lana rosa galleggia nella pozzanghera. Una mano la raccoglie. La mano è di un uomo che si accuccia con fatica. Sotto la giacca l’uomo ha una tanica di benzina da tre litri, una bomboletta di gas da campeggio e tre accendini.

Questa mattina aveva deciso di impiccarsi alla trave della cucina. Aveva preso una corda, di quelle che in estate usa per fissare le robe da campeggio al portapacchi della macchina, e se l’era legata al collo. Poi, in bilico sul tavolo della cucina, aveva pensato che l’avrebbero trovato la moglie e le figlie ed era sceso dal tavolo. Aveva slegato il nodo fatto attorno alla trave ma non quello fatto attorno al suo collo. Non era giusto che lo trovassero morto le bambine e la moglie. Niente era giusto quella mattina, come in tutte le mattine negli ultimi quattro anni. E piove. Cerca un posto dove appoggiare la scarpina rosa. Magari la madre verrà a cercarla. Non è giusto lasciarla nella pozzanghera. Infatti lui prende la scarpina e l’ appoggia alla pensilina dell’autobus. Così, quando la madre verrà a cercarla, sarà asciutta e questo è giusto. Lui nel frattempo prenderà l’autobus e andrà in questura a darsi fuoco. Anche questo è giusto. E se non è giusto almeno è meglio che farsi trovare appeso alla trave della cucina dalle sue figlie.

– Voi giovani- aveva detto l’impiegato del collocamento l’altro giorno. Voi giovani… l’uomo con la corda al collo smetteva di ascoltare chiunque gli dava del giovane da almeno dieci anni. Chissà perché pensa all’impiegato dell’ufficio di collocamento. Non arriva l’autobus. Questo non è giusto, pensa l’uomo, e si incammina a piedi verso la questura.

Dal corriere.it: Disoccupato tenta di farsi esplodere in questura

– Trieste, pensilina dell’autobus.

Un raggio di sole illumina la scarpina di lana rosa che si asciuga sulla pensilina. Una signora l’accarezza senza toccarla. Ha le unghie rosse, curate; i capelli corti, alla Valentina di Crepax; i tacchi alti; le calze autoreggenti con la riga dietro. Oggi deve andare dal  signor Ferreri per interpretare  la parte della segretaria vogliosa, un’ora e mezza di ti prego signore, me lo metta tutto dentro eccetera. Il tutto nell’ufficio del signor Ferrari, lei dà il cambio alla segretaria vera tutti i giovedì alle 19 e 30. La segretaria è più giovane di lei di almeno vent’anni, ma molto meno sexi. Se ha capito bene è una laureata in economia, la stessa università di suo figlio. ‘E sicura di aver capito male: com’è possibile che una laureata in economia faccia la segretaria in un’azienda di scarpe? Magari è una che faceva economia e poi non l’ha finita. Non come il suo Mario. Quando lo aveva chiamato per dirgli che non riusciva più a mantenerlo ad un’università, fuori sede poi, lui le aveva portato un bel trenta in economia politica. Cosa poteva fare se non prostituirsi? Per un po’, poi quando lui inizierà a lavorare lei potrà smettere di fare la porno segretaria, la mammina dominatrice, la mogliettina a domicilio… quasi un’assistente sociale per professionisti in là con gli anni ai quali lei deve calcolare le dosi di viagra, così da non vederseli morire di infarto tra le cosce e  sorbirsi le lamentele su ex mogli e figli. Tre giorni fa il signor Buonarroti aveva scoperto che il figlio falsificava i voti sul libretto universitario: lei stava facendo il suo lavoro e glielo succhiava ma appena sembrava che stesse in tiro a quello ritornava in mente il figlio, e giù ancora, per una buona mezz’ora: e quella volta che gli aveva fatto vedere il libretto, e quella volta che gli aveva regalato la moto per un trenta e lei sempre d’accapo a succhiare. Una fatica. Meno male che il signor Ferrari non aveva figli e, in quanto a tiro, le bastava mettersi a novanta sulla scrivania.

Arrival l’autobus e lei sale, lasciando la scarpina a finirsi di asciugare.

Da Giornalettismo.com: prostituta per mantenere il figlio all’università

– Genova, pensilina dell’autobus.

Una signora, sedendosi sul sedile della pensilina, fa cadere la scarpina di lana rosa. La signora è sui sessantotto anni e si lamenta con un’amica dei giovani troppo choosy, come dice la Fornero, che non si iscrivono neanche più all’università. Hanno entrambe i capelli biondi mesciati.

Un ragazzo in pantaloni kaki e kefia appoggia una fotocopia al vetro della pensilina, un’altro magro con la barba ci passa un pennello intriso di colla. L’attaccaggio dura pochi secondi e i ragazzi scompaiono in vico della Croce Bianca.

Sul foglio c’è disegnato un tritacarne in bianco e nero: in cima vi sono delle siluette nere di ragazzi ad un party che ballano, sotto il tritacarne gocciola sangue. Il sangue è rosso. La scarpina di lana rosa è scomparsa tra la folla che sale sul 18.

La stampa: La grande fuga dalle università

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Informazioni su Arianna

Mi chiamo Arianna Musso. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Amministratrice della società di servizi per la Stampa 3D: ASTRATI SRL di Genova.
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2 risposte a Italia, pensilina dell’autobus. A.M.

  1. eugenia ha detto:

    buone tutte un errore di ortografia nell’uomo disoccupato che si vuole impiccare, quando scrivi l’ha appoggia ,si dice l’appoggia oppure la appoggia,ho inviato il tuo indirizzo blog a renzo che legge sempre mammali turchi ,mi ha detto che scrivi bene e che ti vuole parlare ,mamma

  2. nella ha detto:

    il tuo giornale è …abbastanza scioccante ma purtroppo vero. Hai dato vita con i tuoi personaggi a:
    illusione, difficoltà di comunicazione, difficoltà di identità, di serenità , di rappresentare un futuro
    degno di essere vissuto,di grande disagio che si rifugia nella cattiveria “indifferente”degli stessi
    autori.
    Mi sembra di osservare dei grandi quadri densi e impregnati di colore (quasi schiaffi) ,immagini che si sovrappongono in sequenze che non ti lasciano il tempo di respirare.
    Ciao Ari vai avanti sempre con questa energia! zia Nella

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