Vendute.

Soffoca. Lei è chiusa dentro un sacchetto di plastica. L’ossigeno diminuisce. Dove si trova? Non riesce ad orientarsi. Qual’è il suo ultimo ricordo? Casa sua, c’era sua mamma naturalmente e le sue sorelle. Dopo? Cosa è successo dopo? Dentro la testa una voce la incalza: un camion, è arrivato un grosso camion che alzava la polvere fino al cielo. Poi? Questi ricordi uscivano dalla testa come dei racconti fatti da altri: erano scesi tanti uomini neri, con le mani grandi. L’hanno presa, l’hanno caricata su quel camion. Era sola? No c’erano le sue sorelle.

-Verremo vendute.-

La voce di una delle sorelle persa tra i sobbalzi del camion.

Alcune morirono nel trasporto, altre poco dopo. Le immagini si sfuocavano, giorni tutti uguali, mani, sempre mani che la palpavano. Il buio e ora la penombra di questo luogo.

Il sacchetto trasparente era imperlato di gocce di condensa, da quella bolla soffocante poteva vedere altre buste di plastica contenenti cadaveri. Faceva freddo. Tanto freddo. C’era qualcosa o qualcuno vicino a lei. Una delle sue sorelle? La chiamò. Nessuna risposta.  Strisciando in quell’utero di plastica si avvicinò. Provò a toccarla. Sembrava una delle sue sorelle ma la pelle era gonfia, tumefatta, tanto molle che vi scivolò dentro e venne inondata di pus.

Era fuori dal sacchetto. Non si ricorda come ma vi era uscita. Davanti a lei, su un palco bianco, dormiva un grande crostaceo, era adagiato su un materasso di cubetti di ghiaccio. Un occhio del crostaceo era stato strappato, le antenne spezzate.

-Maledetti.

Urlò ad un tratto l’aragosta, cercando di forzare l’elastico che le conteneva le chele.

Era l’unico essere vivente, oltre lei, in quel cimitero gelato. Tra i ghiacci si scorgevano, strappati ed esangui, piccoli cadaveri di prezzemolo, morti troppo giovani per aver rimpianti. A fianco un tubetto di maionese esaurito; mezza cipolla avvolta nella pellicola mostrava impudica le sue interiora a strati, un impercettibile liquido giallognolo opacizzava il suo ultimo vestito. Facce di olive gonfiate dalla salamoia. Una schiera di marmellate casalinghe: pelli divelte, carni tagliate, cotte, passate. Una vasca conteneva peperoni bruciati e scorticati vivi, aglio squartato, limone dissanguato. Lei, la mela, era ubriaca da tanto orrore.

L’aragosta la guardava allucinata.

-Gamberetti, venite fuori.

Chiamò il crostaceo con la sua voce acuta. Poi rivolta alla mela:

-Io adoro i gamberetti, adoro sentire i loro gusci sotto le mie chele che si spezzano, si aprono mentre loro implorano pietà. Non è difficile adescare i gamberetti: mi vengono affidati dalle loro stesse madri o mi seguono quando fingo di camminare come loro, poveri sottosviluppati.

Ma quel che amo di più è la vongola, mi avvicino senza fare rumore e poi busso al suo guscio senza che mi possa vedere: -Signora sono la vicina- dico e quella socchiude l’uscio. A questo punto è fatta, metto una zampa tra le valve e me le succhio, lei si dibatte, poveretta, ma io niente, succhio, succhio e ancora succhio fino a quando non apre definitivamente le valve e scempio quel corpo esanime. Sfido finanche la madre a riconoscere quella conchiglia spaccata.

I calamari invece… Sono sicura che tutto questo è opera loro. Per qualche decina di piccoli scambiati per totani. Cosa ne posso io se quelli li fanno giocare assieme ai totani. Colpa loro. Io lo so che i calamari sono… Lo sanno tutti del resto, come i polpi. Non è che uno si vuol fare dei nemici così, ma se quelli fanno i democratici e fanno giocare i loro piccoli coi totani. La colpa è loro. Io per esempio non sono democratica, sono classista. I poveri coi poveri, i ricchi coi ricchi. E i ricchi si mangiano i poveri, se no dove andremo a finire, che il plancton ci verrà a dare ordini? Te lo immagini il plancton? Quel coso insulso che bevo mentre nuoto, l’aperitivo, la bibita.

L’aragosta rideva cattiva e la mela si accorse che non stava parlando con lei ma con un sacchetto azzurro. La porta del frigo si aprì e una luce si accese accecandola. L’aragosta stava lanciando improperi contro i calamari quando una mano bianca la sollevò. Le sue ultime parole, prima della chiusura ermetica del frigo, furono un elogio ai tentacoli dei piccoli di calamaro utilizzati come bizzarri utensili sessuali. Poi la penombra tornò nel frigo. La mela si avvicinò alle foglie di prezzemolo e, baciandole ad una ad una, diede loro l’ultimo addio.

Ella si trafisse con le punte di una forchetta dimenticata presso i peperoni arrostiti .

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Informazioni su Arianna

Mi chiamo Arianna Musso. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Amministratrice della società di servizi per la Stampa 3D: ASTRATI SRL di Genova.
Questa voce è stata pubblicata in 2013 e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

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