Resoconto di una guerra familiare.

da il Corriere.it: “Uccise Melania Rea perché gli disse no”

[Questo racconto è una finzione letteraria liberamente ispirato a un fatto di cronaca così come è stato presentato dai mezzi di informazione e filtrato dalla fantasia dell’autrice.]

Punto di vista: una donna

Luogo: una casa.

Obbiettivo: proteggere i figli, salvarsi la vita.

Armi: verbali e psicologici.

Pericoli: Oggetti di uso domestico, finestre.

Ora x: dalle 19.30 alle ore 21.00. Tutto il fine settimana.

ore 19.00:         -Descrizione del campo di battaglia.

I bambini giocano al computer nella loro camera. All’ora x saranno fuori dalla portata di armi da taglio e da possibili lanci giù dalle finestre. Grazie al cielo non devo preoccuparmi della armi da fuoco. Devo  passare in rassegna eventuali martelli, chiavi inglesi e cacciavite che, se lui si mettesse attaccato all’armadio della sala e puntasse verso la camera dei bambini, con un lancio mirato potrebbe colpirli o colpire il computer con eventuali ferite per i bambini stessi. Purtroppo la cassetta degli attrezzi è proprio in ingresso. Aggiungo un centrino traforato al mobile che ospita la cassetta degli atrezzi e ci posiziono una foto in cornice in legno leggera che ci ritrae tutti e quattro al mare. Nella foto siamo sorridenti. La foto è di questa estate. Purtroppo ho dovuto eliminare dal mobile in ingresso il vaso di fiori che mi aveva regalato mio zio al matrimonio, troppo pesante, tanto valeva che lasciassi un martello con su scritto: fracassami il cranio. Il vaso è in cantina. In cucina la tavola è già apparecchiata, sono sempre preoccupata per le sedie, devo trovare il modo di cambiarle con delle sedie più leggere, magari pieghevoli. Non ho ancora trovato una motivazione ragionevole, di certo non posso dirgli che ho paura che mi uccida a sediate. L’impagliatura si sta logorando, ecco, tirando fuori qualche filo in più, si, è plausibile che io voglia cambiarle. Il piano della cucina è in ordine, i coltelli, le padelle sono tutte nei loro scaffali con apposite chiusure anti-bambino. Anche se i nostri figli hanno ormai sette e dieci anni, lui non sembra essersi accorto dell’inutilità dei serra-sportelli. Questa precauzione mi consentirebbe un cospicuo vantaggio in caso di raptus violento omicida. Almeno il tempo di uscire dalla cucina e cercare di raggiungere l’ingresso. Sempre che i bambini siano in camera loro. Se fossero in sala a guardare la televisione dovrei fermarmi per trascinarli via e quindi sarei sicuramente accoltellata alle spalle. Devo comprare nuovi giochi per il Nintendo ai bambini in modo tale che preferiscano la camera alla sala. La camera dei bambini è vicina all’ingresso e quindi all’uscita, questa è una cosa importante. Molto importante. Camera da letto: nulla da segnalare. Forse devo togliermi gli orecchini, forse dovrei mettermi un maglione più largo. Magari una calza col tallone usurato. Meglio non esagerare, essere discrete ma presentabili in caso di fuga. Le collant sono nei cassetti così come le sue cravatte. Anche questo è molto importante, non voglio morire strangolata dalle mie calze grigie traforate mentre lui, dopo avermi ucciso, si impicca con la cravatta blu a righe. In bagno niente da segnalare.

-Passare in rassegna le truppe

Torno in camera dei bambini, stanno bene, mi avvicino a loro e li bacio sui capelli, prima il più piccolo poi il più grande. Dico loro che tra poco torna papà e bisognerà mettersi a tavola. Mi rispondono di si senza guardarmi. Sono allegri e si spintonano mentre i loro avatar si malmenano brutalmente sullo schermo. Vado in sala. Accendo la televisione e abbasso il volume. Dovremmo comprare una televisione più grande. Sulla parete sopra la televisione ci sono appese le foto del nostro matrimonio e qualche foto delle vacanze. Siamo proprio una bella famiglia. Prendo il giornale dei programmi televisivi e inizio a studiare come portarlo dal tavolo al divano senza distrazioni. Come dice il generale Sunzi:”Il più grande condottiero è colui che vince senza combattere”. Un film americano con tante esplosioni sarebbe l’ideale, sublima la violenza compiendo così un effetto catartico sull’uomo maschio e ferormonico. Lascio la pagina della rivista dei programmi televisivi aperta sul divano, così che possa credere di aver scelto lui il programma televisivo, aumentando la sua autostima.

-Ai posti di combattimento

 La chiave gira nella serratura. L’importante è essere disinvolti. La paura eccita, giustifica la violenza. ‘E stanco, gli sorrido, ci salutiamo. ‘E di buon umore ma stanco, meglio mettere dei cuscini sulle sedie impagliate, non è il momento di parlare di sedie. La stanchezza genera insofferenza, l’insofferenza genera rabbia. Meglio non attirare la sua attenzione sulle sedie. Mentre porto il pane a tavola lui esce dal bagno e mi sorride. Mi dispiace che si sia stancato al lavoro, per fortuna domani è sabato e potrà dormire un po’ di più. Vado a chiamare i bambini. Sono dei bimbi ubbidienti, o forse solo dei mangioni. Faccio levare la macchinina dal tavolo che il più piccolo si ostina a portarsi sempre dietro. ‘E un regalo di suo padre, entrambi gli vogliono molto bene. Lui reclama i baci dei suoi figli e i bambini lasciano le sedie per andarlo ad abbracciare. Bene, le sue mani sono vuote, niente oggetti contundenti. La sua faccia è sorridente. Bene. Le endorfine inibiscono l’aggressività. Richiamo tutti all’ordine con un: “Chi ha fame qui?” Sorrisi. Ottimo. Finalmente si siedono tutti.

Ore 20.00 – A tavola, pasta al sugo e cotolette.

Porto a tavola il piatto con gli spaghetti al sugo. Non mi piace che spezzi gli spaghetti coi denti invece di arrotolarli per bene attorno alla forchetta. I bambini schizzano il sugo ovunque. Inizio a farlo notare. Prima chiedo ai bambini di arrotolare bene gli spaghetti, poi a lui di dare il buon esempio. Le macchie di sugo rosso giacciono accanto ai pezzi di pane smembrati. La tovaglia bianca è un Carso innevato. Il picchiettio delle forchette contro i piatti lo sferragliare delle baionette. Inizio ad alzare la voce. La mia voce si fa sempre più stridula, fischio delle bombe a gas che entrarono nelle trincee. Anche i bambini alzano la voce. Ragazzi del 99 che corrono tra i cadaveri. Mi alzo, tolgo i piatti. Resti di spaghetti tagliati coi denti galleggiano in una emulsione di olio e pomodoro. Porto a tavola le cotolette con le patatine fritte. Lui mi guarda. Mi guarda con gli occhi vitrei, no, non è vero, non mi guarda più. Guarda il coltello. Mi chiede il coltello per la carne, quelli che ho messo non tagliano, sono per i formaggi secondo lui. Provo a dissuaderlo, provo a convincerlo che non è vero. Non mi ascolta, vuole alzarsi per andare a prendersi un coltello che taglia da solo. Mi alzo anche io, gli dico che la carne è morbidissima. Lui si ostina a volere un coltello più affilato. Gli dico che non è mica come la carne di sua madre, dura come una suola. Mi chiede che centra sua madre, ma si siede. ‘E vero che la carne che cucina sua madre è una suola. La mia è morbida. Il grande chiede del salame e prima che io possa intervenire lui è già in cucina a prendere il salame felino e un coltello affilato. Il tagliere, dico io con un filo di voce guardando la lama affilata. Lui manda il grande a prenderlo.

– Il coltello e la balistica

So che non è un coltello da lancio e difficilmente se lo lancia mirandomi alla testa può realmente colpirmi. Ma se mira al petto o all’addome, visto l’aumento di superficie, forse si. So che non è un coltello balistico, di quelli dati in dotazione all’esercito sovietico. Di quelli bi-lama, di cui uno può essere lanciato fino a cinque metri di distanza mentre l’altro lo può usare come coltello da combattimento. ‘E un normale coltello da cucina Ikea con il manico in plastica giallo. Io sono seduta difronte a lui, se lo tira posso rifugiarmi velocemente sotto il tavolo. A questo punto sarebbe disarmato e potrei sferrargli un calcio nelle palle, così da guadagnare qualche minuto. Prendere i bambini e scappare. Lui taglia un’altra fetta di salame al piccolo, dico ai bambini che prima devono finire la carne, non si possono ingozzare solo di salame. Lui sposta il coltello sul suo piatto. Prende la forchetta con la mano sinistra e taglia la cotoletta col coltello dal manico giallo. Alla fine ha tagliato la carne così come voleva lui: con un coltello più tagliente. Lascia il coltello di nuovo vicino al suo piatto. Il piccolo vuole ancora salame. Lui prende il coltello e mi guarda. Mi guarda e non parla. Mi punta il coltello addosso.

– Il panico.

Perché non parla? Perché mi guarda? Cosa vuole? Ha il coltello nella mano destra, quindi se lo lancia mi colpirebbe alla mia sinistra, dove c’è il cuore. Non è un coltello da lancio. ‘E un coltello Ikea. Mi guarda. Non parla. Mi indica con la punta del coltello. La punta del coltello è rivolta verso il mio cuore. Il maglione verrà trapassato e il mio cuore verrà spaccato da quella lama lucida e fredda. Non è un coltello da lancio. Non è un coltello balistico di quelli dati in dotazione all’esercito sovietico. ‘E un coltello Ikea di quelli anche un po’ seghettati. Mi si affollano davanti agli occhi tutte quelle del mio sesso uccise, trucidate, lanciate giù dagli autobus, prese a sprangate, a martellate, cacciate giù dalle finestre, accoltellate con coltelli a serramanico, da cucina. Legate, strangolate, bruciate vive.  Lui mi guarda e dice: -Allora, posso dargliela un’altra fetta di salame o no?

Ore 21.00 -Tregua.

“In ogni conflitto le manovre regolari portano allo scontro, e quelle imprevedibili alla vittoria”, grazie generale Sunzi. Rivolgo gli occhi verso l’orologio con intenzione e poi esclamo a voce alta e sostenuta: -Quanto abbiamo fatto tardi, non vorremo perderci l’inizio di tutti i film.- E come un coro i tre uomini rispondono che c’è Sky. Ma il dado è stato tratto e la loro attenzione è rivolta allo schermo piatto che giace sopra il mobile della televisione, difronte al divano giallo. Concedo magnanimamente di poter mangiare la macedonia e il gelato davanti al film. Lui si alza con i ragazzi dietro. Trova il giornale dei programmi televisivi aperto alla pagina del film americano tutto esplosioni. Si illumina tutto e inizia a raccontarlo ai ragazzi. Si entusiasmano. Sparano proiettili immaginari nella mia sala. Si siedono. Accendono la televisione. ‘E fatta. Siamo sopravvissuti anche questa sera.

-Divano.

Sparecchio, preparo la macedonia, la guarnisco di gelato alla crema. Sono viva. Siamo vivi. Anche questa sera siamo riusciti ad arrivare indenni alla fine della cena. Da adesso in poi la tregua dovrebbe esse stabile. Certo, se la televisione si rompesse forse potrebbe esserci qualche problema ma ho le armi per combatterla: quella televisione ce l’ha regalata sua madre. Se i bambini iniziassero a piagnucolare… ma ormai sono abbastanza grandi per apprezzare i film che piacciono a lui. Un black-out? no, no, ormai siamo tranquilli. Sono tranquilla. Il gelato farà il resto. Poi è stanco. Finito il film e tutti a nanna. Al mattino è troppo di corsa per uccidermi. Come lo amo. Mi sembra ieri che ci siamo sposati. “Conosci il nemico, conosci te stesso”. Il telefono, spero solo che non sia mia suocera. Ha risposto lui. Ha risposto lui. No, qualcuno che ha sbagliato numero. Metto le coppette sul vassoio e anche io vado a stravaccarmi sul divano.

– Domani è sabato.

‘E quasi finito il film. Mentre lui uscirà in terrazzo a fumarsi una sigaretta, io metterò a letto i bambini. Denti, pigiama. Rimarrò con loro il tempo che lui si lavi i denti in bagno e si metta a letto. Io arriverò in camera che lui sarà quasi addormentato. Solo adesso me ne accorgo: domani è sabato. Quindi ci si sveglia con calma e si va tutti a fare una bella gita in pineta con tanto di pranzo al sacco. Coltelli, randelli, fuoco, pietre, bastoni. Donne spinte giù dai dirupi, legate con le corde per il portapacchi, seppellite vive, lanciate giù dalle macchine in corsa. Donne cosparse di benzina, con la testa spaccata contro le rocce, impiccate agli alberi. Donne. Domani è sabato.

“Chi è prudente aspetti con pazienza, chi non lo è sarà vittorioso”

L’arte della guerra, generale Sunzi

Annunci

Informazioni su Arianna

Mi chiamo Arianna Musso. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Amministratrice della società di servizi per la Stampa 3D: ASTRATI SRL di Genova.
Questa voce è stata pubblicata in 2013 e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...